POWELL IL CANTO DEL CIGNO.

12 Gennaio 2026 08:38

La notizia di ieri è questa…

Powell ha aggiunto: “Si tratta di se la Fed sarà in grado di continuare a fissare i tassi di interesse sulla base di prove e condizioni economiche – o se invece la politica monetaria sarà diretta da pressioni politiche o intimidazioni”.

Oro decollato oltre quota 4600 dollari, stabilito il nuovo record storico, l’argento sfiora una performance di quasi il 150 % da quando il nostro Machiavelli lo scorso anno ve ne ha parlato in OUTLOOK 2025.

Partiamo da un concetto semplice, semplice, l’indipendenza di una banca centrale è una favola, una favola per allocchi.

Oggi leggerete ovunque sui giornali mainstream, quelli che non hanno mai il coraggio di criticare i banchieri, che l’indipendenza è a rischio.

Non ci vuole uno scienziato per capire che in mezzo ad un mondo di debiti, dove la maggior parte delle nazioni a partire dal Giappone, sino ad arrivare all’America, hanno bisogno di tassi bassi per ragioni fiscali, mentre il debito esplode con “effetto martingala”.

Prima di proseguire, facciamoci aiutare da due dei maggiori economisti del secolo scorso e dal loro pensiero, sull’utilità di una banca centrale nella politica monetaria.

Avevano ragione loro, Galbraith e Friedman, le banche centrali servono a poco o a nulla, soprattutto le loro previsioni, visto che negli ultimi decenni non ne hanno indovinata una, non solo, non sono state in grado di amministrare l’inflazione e di prevenire le crisi, anzi le principali responsabili sono loro.

Il grande J.K.Galbraith amava dire che la  perniciosa inutilità della politica monetaria  e i rischi che derivano dal fare affidamento su di essa sono oggi una realtà. Anche Milton Friedman non scherzava in questo senso soleva dire che non abbiamo bisogno di una Fed, per molti anni sono stato a favore della sostituzione della Fed con un computer, la Fed ha avuto molti pochi periodi di relativa buona performance, per la maggior parte della sua storia è stata una mina vagante e non un fattore di stabilità.

Vi ricordate Anna, si Anna Schwartz insieme a Milton Friedman la regina del monetarismo in due distinte interviste una al Telegraph e una al WSJournal, arzilla nonnina con i suoi teneri 92 anni, che ci ha lasciati, venerata all’interno della Federal Reserve e consulente della National Bureau of Economic Research di New York, una donna senza peli sulla lingua, che accusa la Banca Centrale Americana di essere essa stessa la principale responsabile della bolla del credito degli anni della Grande Recessione…

” Non vi sarebbe stato alcun fenomeno subprime se la Fed avesse vigilato, è il momento di dire le cose come stanno, ammettere i propri errori e voltare pagina (…)

E finiamo con le parole di un altro importante economista, prima che qualcuno dica che è solo un Mazzalai qualunque, quello che mette in dubbio l’indipendenza di una banca centrale, la sua utilità …

Suggerisce il professore Brad de Long, James Bradford DeLong, docente a Berkeley a proposito di alcuni economisti che …

scelgono, per ragioni non economiche e non scientifiche, un orientamento politico e una serie di alleati politici, e girano e regolano le loro ipotesi fino a giungere alle conclusioni che meglio si adattano al loro orientamento e che possono compiacere gli alleati.

Il riferimento a Powell calza a pennello.

(…) Mi sorprende l’entità della catastrofe, ma quello che mi sorprende ancor di più è l’apparente fallimento degli economisti accademici nel prepararsi per il futuro.  Sulla scia della crisi mi aspettavo che i dipartimenti economici di tutto il mondo affermassero che bisogna cambiare i modelli impiegati.

Il fatto è che abbiamo bisogno sempre meno di teorici di mercati efficienti e sempre più di persone che lavorino (…) sui pregiudizi nozionistici. (…) Abbiamo bisogno di più storici delle politiche monetarie ed economiche e meno ideatori di modelli.

Le scommesse oggi si concentrano sulle possibilità che Powell abbia di portare a termine il suo mandato che scade ad agosto del 2026.

Un’indagine penale contro la Federal Reserve, la Banca centrale americana, e contro il suo governatore Jerome H. Powell.

Si riaccende così e si fa sempre più aperto negli Stati Uniti lo scontro tra il potere politico – quello del presidente Trump – e il potere monetario, formalmente indipendente e gestito appunto dalla Fed.

La notizia non è un dettaglio di cronaca. Arriva in prima battuta dal New York Times, ma è confermata a stretto giro dallo stesso Powell, che risponde in modo durissimo – con una nota scritta e un video – parlando di un “pretesto” usato dalla Casa Bianca per intimidire la Fed e colpire la sua indipendenza.

Non aggiungiamo altro, se non che, l’altra incredibile notizia, che potrebbe, ripeto e sottolineo potrebbe rivelarsi un boomerang è questa…

Il presidente ha annunciato su Truth che il provvedimento, già promesso in campagna elettorale, entrerà in vigore il 20 gennaio, per “celebrare” il primo anno alla Casa Bianca. Ancora incerte le modalità, anche perché la norma richiederebbe il “sì” del Congresso. La reazione delle principali associazioni di istituti di credito Usa: sì a un credito più accessibile per gli americani, ma non in questo modo, che avrebbe conseguenze “devastanti” ( Repubblica)

Non male vero, dopo i tassi sui rendimenti che Trump farà fissare dai suoi uomini alla Federal Reserve, dopo il divieto agli investitori istituzionali di acquistare ulteriori immobili, ora il tetto agli interessi sulle carte di credito.

“Siate informati che non permetteremo più che il popolo americano venga ‘spremuto’ dalle compagnie di carte di credito” ha scritto Trump secondo cui “le compagnie caricano interessi del 20, del 30% o più, una situazione che è peggiorata senza ostacoli durante l’amministrazione dello Sleepy Joe Biden”.

In realtà “sleepy” non centra nulla, da sempre in America le compagnie di carte di credito offrono illusioni a tassi di usura pura.

Secondo la Federal Reserve a novembre 2025 si pagava in media il 22.30% sulle carte di credito.

Ovviamente le banche non hanno perso tempo a minacciare un mega credit crunch.

I bankster condividono con il presidente la necessità di offrire agli americani un credito più accessibile, ma non vogliono che qualcuno tolga loro la qualifica di usurai, ovvero di poter imporre loro i tassi con la scusa dei mercati.

La barzelletta che loro raccontano è che cosi la gente dovrà rivolgersi ai veri usurai, perché loro il credito al 10 % non hanno alcuna intenzione di offrirlo e provocheranno un mega credit crunch.

Non c’è nulla da fare è nel dna degli americani spendere e spandere quello che non hanno, le banche su questo ci giocano e prolificano prosperando. Stiamo parlando di oltre 1200 miliardi di dollari.

Ma andiamo oltre, e vediamo cosa è successo venerdì.

Anno nuovo, vita uguale, le favole sono sempre le stesse come il mondo farlocco dell’economia americana.

Quando uno cita, di questi tempi, il GDP now della Fed di Atlanta, basterebbe e avanzerebbe per farsi una risata.

Ma la risata non ce la facciamo mancare lo stesso, pensando alle incredibili revisioni uscite venerdì dal mercato del lavoro americano, insieme all’ennesimo dato farlocco.

624.000 spariti anche nel 2025, dopo gli oltre 2 milioni degli anni precedenti, lavori inventati che non sono mai esistiti.

Ormai siamo vicini ai 3 milioni.

Avevo ragione io, ma non era difficile, visto che lo scrivo da inizio 2024, basta saper analizzare e non pensare che gli asini volano.

La cosa affascinante è che negli ultimi 11 mesi, ben 10 sono stati rivisti in negativo e per ben tre volte di oltre 100.000 unità.

E’ sceso il tasso di disoccupazione?

Non ci vuole tanto a capirlo. Se il numeratore che equivale a un calo nei disoccupati viene aiutato dal denominatore che consiste in una forza lavoro sempre più debole, il gioco è fatto, soprattutto se il BLS si mette a giocare con i fattori stagionali e rivede al ribasso i dati precedenti.

La realtà è che quasi un milione di persone lavorano a part-time oggi rispetto ad inizio 2025, perché non c’è lavoro.

La disoccupazione di lunga durata sta aumentando. I disoccupati di lunga durata sono 1,9 milioni, in aumento di 397.000 unità rispetto all’anno precedente, e rappresentano il 26% dei disoccupati totali.

Ci fermiamo qui,da oggi riprendiamo con il nostro appuntamento quotidiano e verso la fine del mese uscirà “DEFLATION IS BACK” un particolare ringraziamento per tutti coloro che sostengono generosamente il nostro viaggio.

OUTLOOK 2026, avrà il suo focus sulla deflazione che verrà, studieremo il Giappone e osserveremo le nuove opportunità in arrivo dal Sol Levante.

Noi siamo tornati, nonostante tutto, ora tocca a Voi sostenerci.

 

E’ uscito, “DISCORSI “, l’ultimo manoscritto di Machiavelli per il 2025

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